lunedì 20 febbraio 2017

Incipit: Lo scheletro nell'armadio








Ho notato che quando qualcuno ti telefona, e non trovandoti lascia detto di richiamarlo appena torni perché è una cosa importante, la cosa di solito è più importante per lui che per te. Se si tratta di farti un regalo o un favore la gente per lo più riesce a contenere la sua impazienza entro limiti ragionevoli. sicché quando rientrai a casa giusto in tempo per bere un sorso, fumare una sigaretta e leggere il giornale prima di vestirmi per la cena, e Miss Fellows, la mia affittacamere, mi disse che Alroy Kear mi pregava di telefonargli subito, ritenni di poter ignorare senza danno la richiesta.

W. Somerset Maugham. Lo scheletro nell'armadio. Gli Adelphi. Traduzione Franco Salvatorelli.

Storia di scrittori inglesi, più o meno famosi e storia di una Bocca di Rose. Ashenden , il narratore, alter ego dello  stesso Somerset Maughan, è uno scrittore di "modesta" fama che viene contattato da un suo collega Alroy Kears, cacciatore di bestsellers,

La caratteristica più fulgida di Alroy Kear era la sincerità. Nessuno può essere falso per venticinque anni di seguito. L'ipocrisia è il vizio più difficoltoso e snervante che un uomo possa coltivare; richiede una vigilanza continua e una rara abnegazione. Non può, come l'adulterio o la ghiottoneria essere praticato nei ritagli di tempo; è un lavoro a tempo pieno

alla morte di un terzo collega, Edward Driffield, in quanto incaricato dalla seconda moglie di questo di vergarne la biografia.

I suoi romanzi si dà il caso mi annoiano;li trovo lunghi; i casi melodrammatici con cui cerca di stimolare il pigro interesse del lettore mi lasciano freddo; ma certamente era sincero. Nei suoi libri migliori c'era il fermento della vita, e in tutti si avverte l'enigmatica personalità dell'autore

La vedova devota si prefigge, grazie alla biografia  di perpetuare la fama di Driffield, sa infatti che Ashenden lo ha conosciuto da ragazzo mentre, liceale, stava in vacanza sulla costa presso la canonica dello zio, Pastore a Blackstable. Driffield ai tempi era sposato con Rosie ritenuta personaggio sconveniente dalla buona società dell'epoca e in generale anche da quella odierna. Rosie che prima del matrimonio lavorava in una locanda di dubbia fama ama essere amata ed in paese non si capisce fino a che punto Driffield sia consapevole della condotta della donna. Il giovane Ashenden è affascinato dalla eccentricità della coppia, nella prima estate in cui fa la loro conoscenza, contro la volontà dello zio, indugia in lunghe passeggiate in bicicletta e in partite a carte in cui il quarto al tavolo da gioco è l'amante "ufficiale" di Rosie. Ashenden incontrerà nuovamente Rosie, dopo una rocambolesca fuga dei due sposi da Blackstable ed a quel punto non potrà che subirne il fascino e cadere nell'errore di poter essere il suo amore. Per lo stesso Ashenden la presa di coscienza della "generosità" di Rosie in fatto di schermaglie amorose, sarà un duro schiaffo all'amor proprio. Poi Rosie compirà la sua scelta e a Driffield non resterà che rassegnarsi alle amorevoli cure della seconda moglie che spegnerà lo stile della sua prosa

mercoledì 15 febbraio 2017

Holi a casa mia







Metti che una decida , nell'unica settimana in cui non è in trasferta, in cui non ha sostituzioni e in cui i suoi pazienti personali sono o troppo malati o troppo sani per aver bisogno di lei, di ricambiare degli inviti a cena o di inventarsene lei. Metti che,  essendo una che ama preparare  in casa dalla A alla Z le pietanze che offre ai suoi invitati, inizi di buon'ora a sfaccendare in cucina, prepari il ragù, prepari la torta, abbia messo dalla sera precedente l'impasto del pane a lievitare e, lessato il cavolfiore per l'insalata di rinforzo, si accinga ad impastare le tagliatelle. Metti pure che abbia un Guru indiscusso che venera come un idolo in fatto di impasti. Metti che il Guru, quando l'apprendista pastaia si accingeva ad imparare l'arte ammazza tensione dell'impasto, le abbia soffiato all'orecchio un segreto: "se vuoi usare meno uova per l'impasto delle tagliatelle ma non vuoi  presentare dei vermetti pallidi e smunti in tavola, basta che butti lì tra le farine della curcuma che fa bene e mette il sole nella lasagnetta". Metti che, la sventurata si sia dotata di una generosa dose di curcuma e che la lasagna curcumata in effetti sia un tocco di luce nel brumoso inverno della palude padana. Metti che l'ignara cuoca abbia esaurito il posto per l'ennesimo vasetto delle spezie nella suo affollato armadietto drogheria, e incautamente abbia lasciato la curcuma nel sacchettino con cui le è stata venduta dalla speziale, metti che la mano della bassa ancorché scellerata impastatrice si allunghi quasi al limite delle sue possibilità per afferrare il suddetto sacchetto, metti che quindi l'occhio sia impossibilitato a scorgere ciò che una cuoca più dotata in centimetri di gamba o che solitamente cucina con un tacco 15 (vedi per esempio la Parodi) avrebbe facilmente notato, e cioè che il fondo del sacchetto della curcuma ha ceduto, non si sa perché nel bel mezzo di una mattina radiosa di mezzo febbraio. Ecco metti tutte queste cose insieme e capirai come Holi quest'anno si festeggi anticipatamente in una cucina di una roulotte posta al quarto piano senza aspettare il solstizio di primavera. Poi però non vi domandate perché una impreca in tutte le lingue comprese Indù, Parsi e Urdu

venerdì 10 febbraio 2017

In morte del cane parlante




Lucian Freud








Il cane parlante stava lì steso, il respiro corto ed affannoso, il capo semi reclinato sul petto che si alzava ed abbassava affamato di aria e di vita. Ancora pochi attimi e la sua luminosa stella si sarebbe spenta portando con sé tutti i personaggi che negli anni aveva saputo narrare.
Come avesse imparato a parlare era un mistero, mentre era chiaro da chi avesse appreso le mille storie che nei dodici anni della sua esistenza aveva raccontato a chi sapeva ascoltare.
Era stato raccolto cucciolo dalla donna che ora, affranta, vegliava i suoi ultimi respiri; lo aveva salvato da fine certa, nel giorno che aveva salutato il suo arrivo, visto che sua madre era morta per complicanze del parto e quella donna aveva accettato di provare a salvare uno dei quattro cuccioli rimasti orfani a casa di una sua amica; per due mesi abbondanti la donna lo aveva allattato con un biberon, fissandosi la sveglia di giorno e di notte, dopo averlo portato con sè nella sua casa piena di libri e mentre allattava leggeva a voce alta, per tenersi sveglia, a quel fagotto di pelo che cresceva a vista d'occhio e pareva apprezzare quelle letture. Cane, donna e libri erano diventati inseparabili e poco dopo lo svezzamento, in un pomeriggio di aprile al parco, il cane aveva iniziato a parlare per la prima volta. Avvenne che una bimbetta che giocava ai giardini iniziò a lanciargli una palla e dopo la quindicesima volta in cui lei lanciava  e lui riportava, tornando assetato lui le sussurrò all'orecchio "andiamo a bere alla fontana, se mi accompagni ti racconterò la storia dell'elefante acrobata". La bambina aveva spalancato la bocca, aveva rivolto lo sguardo a sua madre e alla padrona del cane che chiacchieravano incuranti del miracolo a cui lei aveva assistito, aveva assentito col capo al cane e si era avviata con lui alla fontanella mentre quello raccontava di questo elefante che possedeva la grazia di una ballerina di danza classica; quando alla sera aveva raccontato a suo padre del cane parlante, il padre aveva sorriso della straordinaria fantasia della sua bimba. Il cane aveva narrato storie tristi e storie liete, aveva raccontato di uomini e animali, e di stelle e di nuvole e a volte di alberi che sapevano viaggiare con le radici. Aveva narrato le sue storie soprattutto a bambini e ad anziani: trovava che fosse giusto farlo per loro, perchè ai primi ormai si era perduta l'abitudine a raccontare e i secondi non avevano più occhi buoni per leggere ed entrambi soffrivano di solitudine. Poi narrava per gli adulti che avevano ancora la grazia dello stupore, quelli dal cuore libero, e quelli tristi che non trovavano sollievo neppure tra le pagine di un libro. Aveva garbo nell'indovinare coloro ai quali serviva una storia e serviva subito, l'urgenza gli suggeriva i personaggi più particolari, i finali più intriganti, le passioni memorabili, quelle che ricaricano i cuori e insufflano la voglia di sopportare altre albe ed altri tramonti. Poi arrivò l'alba di quel giorno del suo dodicesimo anno e lui uscì come ogni mattina per la sua passeggiata, camminava sul ciglio della strada a guinzaglio della sua padrona, quando un uomo senza poesia e senza storia, un uomo che non solo non aveva mai sentito un cane parlante, ma che da tempo non aveva orecchie per ascoltare, nè occhi per vedere, nè cuore per amare, ma solo denaro da spendere, sbandò col suo SUV, troppo veloce, lo colpì e se ne andò senza neppure prestare soccorso. La donna capì subito che per il suo compagno di vita non c'era più nulla da fare, lo portò a casa e con le lacrime agli occhi lesse per lui un'ultima storia.



a volte le storie ritornano

sabato 4 febbraio 2017

Racconti a Padova









Prima dei blog non amavo i racconti, prima dei blog ritenevo che il romanzo fosse la dimensione adatta a dare respiro ad una storia, dignità ad un personaggio. Poi ho iniziato a leggere blog e a tenere un blog. Un post lungo ammazza il lettore, se vuoi scrivere su un blog devi avere il dono della sintesi.
Se  poi vuoi cimentarti con la narrazione, in rete, il racconto diventa la tua dimensione. Solo dopo aver letto bellissime storie per questi lidi  sono diventata una lettrice più vorace di racconti su carta. Se penso agli stralunati racconti di Giardi, alla capacità di ricamare poesie di Zena, a quelli disegnati da Hobbs, bene, trovo che non manchi davvero nulla a quelle storie, che siano in grado di dire tutto quello che c'era da dire perché ciò che è scritto è vivo e basta ad appagare. Poi ci sono quelli che il salto l'hanno fatto dalla tastiera alla carta, occupano per esempio  un posto speciale nel mio cuore "Katrina" di Silvia Pareschi e "Il Bacio" di Paolo Zardi. 
La realtà è che non ritengo il racconto una miniatura del romanzo , penso che, come dice Paolo Zardi nel suo bel post di oggi, non è importante cosa si racconta, ma come.

E' nata una casa editrice che si chiama
scommette sulla forma letteraria di scarso successo commerciale a me diventata cara
viene a Padova  venerdì 10 febbraio alle 18 alla Libreria Zabarella a raccontarci il perché di tale follia e come intende realizzarla.

Per il momento so che hanno un blog Altri animali con una bella veste grafica.

Io venerdì vado a sentire che storie hanno da raccontarmi, venite anche voi?

martedì 31 gennaio 2017

Personaggio in cerca di finale

Da un po' Io non scrive molto, ed è solo tramite i vostri post che posso elucubrare qualcosa per i vostri compleanni, così ho deciso di ripescare un vecchio racconto, in quell'occasione lei disse che voleva condividere con me parole incompiute per farle diventare storie da leggere mangiando biscotti alla cannella sotto un mandorlo; siccome Amanda (parlo di me in terza persona altrimenti tra Io ed io non capite più una mazza) è ghiotta di biscotti alla cannella, quando Io le mandò un ritratto di Bellie e la sua storia per sommi capi, dapprima obiettò che essendo appena uscito Nymphomaniac non le piaceva cimentarsi con storie di sesso che poi sono così difficili, perché il sesso scritto male è patetico (forse più del sesso fatto male), ma poi, quando Io insistette che Bellie meritava una sua storia, per quanto senza fine, cominciò a far frullare le rotelle per superare l'ostacolo che certi tipi di racconti rappresentano.








La storia di Bellie inizia dove le notti, in inverno, mangiano il giorno, ed i giorni, in estate, fanno le ore piccole per vendicarsi. Inizia con due treccine bionde in un paese minuscolo dal nome impronunciabile che neppure il dilagare, alla nostra latitudine, del mobilificio giallo e blu renderebbe più familiare. Le treccine bionde, hanno un padre, una madre, un fratello ed un cane, tutti gli ingredienti che servono per costrire una di quelle favole che terminano, come da tradizione, con un "e vissero tutti felici e contenti", ma anche quelle favole a volte non vanno come ti aspetteresti. Non che abbiano una fine triste, è che a volte non si riesce neppure ad immaginare una conclusione, non si capisce proprio dove vogliano andare a parare, vanno, ostinatamente vanno, senza compiersi, senza soluzione. Lassù a nord i cieli sono tersi, aria ed acqua frizzanti, la neve arriva presto e sembra pulire ogni cosa. Bellie è figlia di un Pastore protestante, è un uomo molto influente nella sua piccola comunità, nessuna pecorella smarrisce la via con lui. Bellie è una bambina come tante e se anche la sua adolescenza non le regala maggiore grazia, sa parlare e sa ascoltare e riesce sempre a piacere. Ma la vita di quella piccola comunità sempre dentro ai margini di carreggiata, sempre pronta a mettere la freccia in prossimità della svolta, sempre rigorosa nel dare le precedenze non sembra a bastare alla Bellie che ora compie venti anni e che vuole vedere il mondo e che ora sa di dover seguire altre correnti come lo sa il salmone; quando al secondo anno di Università deve decidere dove andare a fare il suo Erasmus punta il dito sul posto che offre meno sbocchi per il futuro, ma dove le frecce non si mettono, dove ognuno segue la sua corrente personale, tranne dentro l'urna elettorale, dove le leggi morali non sono patrimonio genetico e dove sa che nascerà una nuova Bellie per la quale studio e rigore saranno paradigmi del passato. Così approda in Italia, intendiamoci non è che Pavia rappresenti di per sé la meta agognata di chi vuole una botta di vita, ma per Bellie sono la distanza fisica e soprattutto quella inquietudine, che la spinge a cercare un'altra persona nascosta da tempo  dentro i suoi panni, a trasformare Pavia in New York. Così è la prima festa, organizzata dalle compagne di corso con cui condivide l'appartamento, che vede la nascita di questa nuova creatura contro corrente. Loro si vestono per la conquista: tacchi, trucco, la bella vista su quanto c'è da offrire; lei si presenta apparentemente quella di sempre, un paio di jeans a coprire la sue lunghe gambe nordiche, il diafano pallore abituale. Loro iniziano a bere e bere per scaldare l'atmosfera, lei le sgancia al primo mojito ma non vi meravigli sapere che la sua caccia non è meno grossa delle loro, solo che Bellie non vuol nascondersi dietro il pretesto di una sbornia per superare quei limiti che le hanno segnato la via per tutta l'esistenza. Così toccherà a Giovanni, che era andato alla festa convinto di fare da tappezzeria, fare conoscenza per primo con quella nuova creatura, perché gli altri si lasciano attrarre dalla merce esposta, dall'intento dichiarato, mentre a Giovanni resterà da sognare per mesi, di quella ragazza che pareva ingenua ed invece era una bomba, capace di cercare e rubare il piacere per sé e per lui, di andarlo a scovare dove lui mai avrebbe immaginato potesse nascondersi. E avendo Giovanni vissuto con lei  la notte spartiacque tra due esistenze pensava di vedere in Bellie il prodotto di fattori semplici, una di quelle operazioni che le maestre elementari mettono sulle lavagne dei ragazzini di quarta e non di trovarsi a risolvere il teorema di Fourier. Così continuò a cercarla quando la sua fama di assatanata del sesso si sparse prima per tutta la facoltà di veterinaria, poi per l'intera università di Pavia; poi, quando ormai fuori dalla stanza di Bellie sostavano personaggi improponibili di ogni sesso, quando attraversata la fase gioiosa da Boccadirose, Bellie aveva preso a bere e farsi di coca per stare dietro alle situazioni sempre più abbiette in cui si andava cacciando, anche allora Giovanni era lì con la sua sindrome da crocerossino a raccoglierne i cocci, a darle il tempo ed il modo di leccarsi le ferite. Ma le storie così non hanno un lieto fine, le storie così si usurano ed usurano, i salvatori attendono sempre un attimo di troppo il momento della redenzione. Così i sei mesi dell'Erasmus terminarono, ma Bellie non tornò più alla sua vecchia vita ordinata lassù al nord e Giovanni smise di aspettare e noi non sappiamo davvero raccontarvelo il finale della sua storia


Io e Amanda


Buon compleanno Io


lunedì 30 gennaio 2017

Corradino va alla guerra








Due lunghe leve pelose costruivano una distanza dall'infanzia, un nome imbarazzante, che solo una maturità, lontana a venire, avrebbe cavalcato con fierezza, invece, costituiva, agli occhi dei pari, una zavorra che impediva di spiccare il volo verso l'età adulta. Ma i desideri, per quanto spettinati e controversi erano proprio quelli tipici degli anni riportati sulla sua carta d'identità. Un padre violento lo aveva forgiato alle asperità dell'esistenza e alla consapevolezza delle miserie umane; una madre accogliente, come un porto durante la tempesta, gli aveva regalato dolcezza e sensibilità. Corradino navigava a vista in quella prima metà di anni 80 noti per la musica, lo scintillio e la certezza, infondata, che il domani avrebbe potuto solo essere migliore di ieri. Una certa indole da lupo solitario, a volte, faceva a pugni con il desiderio di conoscere i suoi simili. La sua sagacia si scontrava con la timidezza, facendo di lui il re dell'esprit de l'escalier, e proprio questo lo spinse a fare di carta e penna, prima, e della tastiera del computer, poi, la sua arma di difesa, di più, la sua arma letale puntata sull'arroganza e sulla stupidità. Misurava le parole, le affilava, e poi le lanciava contro il prepotente di turno. Gran parte della sua autostima aveva le fondamenta lì, tra quelle parole, la cui dignità rivendicava, quasi che tolte quelle, Corradino potesse trasformarsi in un ologramma agli occhi del mondo. Aveva provato la vita di città, la città quella grande, quella ambiziosa, quella in vetrina, quella da bere, ma l'aveva trovata così ipocrita e fasulla che era tornato di corsa al paese, dove poteva specchiarsi nella malinconia dei riflessi del lago. Nessuna compagnia gli era più congeniale di quella dei gatti di casa cui somigliava per carattere. Di parole si nutriva e da quella linfa vitale traeva spunti per costruire una sua cifra stilistica. Prima creò un diario in cui dava consigli da Zio, uno di quegli zii, solo di poco più grandi e leggermente scapestrati che fanno la felicità di qualsiasi nipote. Fu così che, spinto da un malcelato narcisismo, oltre che dal desiderio di parlare di una materia che ben conosceva,  iniziò a raccontare di un ragazzino che aveva un nome da bambino che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, e la guerra ebbe inizio




AUGURI ZIO SCRIBA