venerdì 23 settembre 2016

Incipit: la simmetria dei desideri









22.06.02
a tutti gli interessati

  1. In data 1.06.2002 mi è stato richiesto dalla famiglia del signor Yuval Fried di recarmi alla stazione di polizia in via Dizengoff, a Tel Aviv, per ritirare i suoi oggetti. Fra le altre cose consegnatemi dalla signora Ester Loel, responsabile del magazzino, c'era anche un sacchetto di plastica contenente un grosso plico di fogli. Il signor Fried non aveva mai informato né me né gli altri suoi amici di essersi dedicato alla scrittura, perciò la mia prima supposizione riguardo al suddetto plico di fogli è stata che si trattasse di una delle traduzioni che lui eseguiva a pagamento per studenti universitari di Lettere e Scienze sociali. Sennonché sul sacchetto non c'era alcun nome o numero di telefono, e mancava anche, in cima alla pagina, il titolo dell'articolo in inglese. Insisto su tali dettagli per spiegare la ragione per cui mi sono permesso, qualche ora più tardi, di scorrere il fascio di fogli. Non è stata la curiosità a spingermi, bensì il sincero desiderio di sapere a chi era destinato il plico che mi era stato affidato e cosa avrei dovuto farci.

Eshkol Nevo. La simmetria dei desideri. BEAT- Neri Pozza Editore.
Traduzione Ofra Bennet e Raffaela Scardi


La simmetria dei desideri è un libro dentro ad un libro e racconta la storia di un'amicizia maschile. Quattro amici per la vita, nati ad Haifa e incontratisi ai tempi del liceo, allontanatisi per la leva obbligatoria israeliana, ritrovatisi a Tel Aviv. Yuval il narratore, insicuro con se stesso e con le donne , traduttore di testi scientifici, ha in Churchill il suo istrionico contro altare, determinato, la mappa degli obiettivi futuri ben chiara in mente, grande conquistatore di donne. Ofir che è costretto a riversare nella pubblicità la sua creatività con le parole e si sente soffocato. Amichai, il giudizioso, il primo a metter su casa ed investito nel suo ruolo di padre di famiglia. Le donne che girano attorno a loro paiono figure secondarie, tuttavia giocheranno ruoli fondamentali nelle loro esistenze. I quattro, grandi appassionati di calcio, si ritrovano una sera durante una partita dei Mondiali  e decidono di scrivere su un pezzo di carta i loro tre desideri, i progetti per il loro futuro. Si troveranno tra quattro anni nuovamente ed apriranno i foglietti per vedere quali saranno riusciti a realizzare. Il libro, nel libro, racconta i quattro anni trascorsi tra i due appuntamenti dal punto di vista di Yuval, in una sorta di diario che è anche un'analisi spietata delle sue insicurezze, della sua incapacità di cambiare e di farsi protagonista della propria esistenza, della sua difficoltà di costruire un rapporto con l'universo femminile

Per qualche ragione il sesso quando è descritto in ebraico causa sempre ai protagonisti amare delusioni. Come se il fatto di essere ebrei c'impedisse di godercela fino in fondo, o forse lo scrittore teme che la descrizione diventi pornografica quindi la porta all'estremo opposto, l'estraneamento, l'occasione perduta. Forse lo farei anch'io se non fosse una menzogna.

E nel racconto della costruzione del libro c'è il rapporto di Yuval con la scrittura creativa

E se per caso non mi ricordo qualcosa, me la invento. E che meraviglia inventare. Da traduttore sei legato al testo originale con le catene della fedeltà, mentre qui invece... qui è permesso tradire (...) Mentire. Vendicarmi delle persone attraverso le mie parole. Ma anche per perdonare.

A me questo libro, che mi è stato suggerito dal mio spacciatore di fiducia, è piaciuto moltissimo

domenica 18 settembre 2016

Varie ed eventuali 7






Immagine da internet di cui non ho trovato l'autore





  • Le poiane in volo miagolano come micetti affamati. 

  • Dal retro di un libro Angela Carter sorride, il libro è del 92, la scrittrice  ha un sorriso dolce e porta i capelli lunghi  che non conoscono né taglio, né piega, sembra senza trucco, forse oggi una foto così non sarebbe possibile sulla copertina di un libro , ma forse già nel 92 era controtendenza e solo alle scrittrici era concessa la stravaganza di una chioma incolta. 

  • Una bimba newyorchese parla della bomba scoppiata ieri notte di fronte a casa sua e descrive così la sua esperienza: "c'è stato questo  rumore fortissimo, come se mille pianoforti cadessero dall'alto" ed io mi innamoro di questa creatura piccola e bionda che ha vissuto un'esperienza che nessun bambino, né adulto, dovrebbe mai vivere e che la descrive con una poesia tale che se potessimo regalarne un centesimo ad ogni pezzo di sterco che gira seminando morte e terrore, il mondo sarebbe un paradiso laico, perché non se ne può più di divinità, nel nome delle quali ci si cimenta dio. 

  • Oggi la luce si diverte, quando la luce gioca col vento si immagina possano succedere solo cose belle, la luce che gioca è un ascensore in salita per l'anima 

martedì 13 settembre 2016

Erba dei muri

Erba dei muri

Da una crepa di muro dove il vento
portò pochi granelli di polvere
(null'altro occorse per la tua radice)
fiorisce la tua esile bellezza.

Accarezzo le tue foglioline,
tocco il tuo stelo delicato.
Non conosco il tuo nome
ma ti chiamo speranza

e a te vorrei piuttosto somigliare
che alla rosa o all'alloro - a te intrepida,
stupendamente viva
sul tuo sfondo d'arsura e di pietra.
 
 Margherita Guidacci


LaBokoff




La bambina che ero è giunta qui, dove ora si trovano queste ossa e questa carne violata, in un tardo pomeriggio di fine autunno, è stata la fine della mia vita, ora esisto, l'aria entra ed esce ad ogni respiro, potessi esalarne anche l'ultima molecola, porrei fine a tutto. Avevo quindici anni e credetemi, ora lo so, ritenevo di essere donna, ma avevo piccole ali con cui facevo brevi voli fuori dal nido. Il mio nido era caldo ed accogliente, mia madre mi ha ricevuta come un dono prezioso, mio padre con lo stupore che si deve ad una vita a cui doveva protezione e rispetto e che da te dipende, ma tutto il loro amore, che mi aveva regalato radici forti, non è bastato a proteggermi dall'orrore. Sono venuti in quella mattina di fine estate, erano armati e urlavano, sono entrati nella scuola dove avevo imparato a leggere e a scrivere, le chiavi che ti permettono di crescere e viaggiare, hanno ucciso l'insegnante e ci hanno rapite, trascinate come si fa con bestiame verso il macello, soppesate dagli sguardi, dalle mani, mi indignava la mancanza di rispetto ben oltre la paura che provavo. Poi ho capito che l'indignazione è un lusso che non potevo più permettermi, che apparteneva ad una vita che moriva quel giorno, che un mio stesso sguardo diretto poteva essere l'arma che mi avrebbe uccisa, ed ho abbassato gli occhi, sulle loro scarpe polverose, su quelle mani da ragazzi, che reggevano armi quando avevano l'età giusta per imparare i gesti dell'amore. Ci hanno picchiate e caricate su un camion e ci hanno portate via, le nostre lacrime impastavano la terra sollevata. Siamo passate di mano in mano, di banda in banda, ci hanno divise, ho visto alcune mie compagne morire per una lacrima, per una parola, per un singhiozzo. Conoscevo la bellezza, la grazia, la curiosità, la libera scelta,  ora sono schiava, nulla di me mi appartiene, nemmeno i miei pensieri. Mi rendo conto che questi mesi hanno fatto vacillare le mie certezze, accuso chi ho amato di non cercare soluzioni, di essersi arreso, di non venirmi a cercare perché è questo che loro mi sussurrano all'orecchio mentre usano il mio corpo. Non ho voce, nè parole adatte a raccontare l'abisso in cui sono caduta a causa di molte mani, di molte bocche, di molti sessi. Io che sognavo l'amore, che immaginavo il giorno in cui sarei sbocciata come la rosa e che avrei abbracciato il mio sposo odoroso di alloro, sandalo e tabacco, sogno di perdere questo grembo, questo corpo e di farmi aria e di disperdermi, chiedo solo che finisca. So che è giorno, poi che è notte, ma quanti ne siano trascorsi da quella mattina di fine estate me lo ha sussurrato agli occhi solo l'erba cresciuta nella crepa del muro della catapecchia in cui mi trovo, ha tenere foglie che raccontano di una stagione nuova e mi commuove pensare che la grazia della vita normale ha ancora posto nel mondo, che un nuovo ciclo è iniziato, che c'è vita oltre il dolore: è primavera dunque, il tempo della speranza ed a questa pianta nuova che vorrei somigliare.


per Alberto vedi qui perché

venerdì 9 settembre 2016

Incipit: La vedova







Sento scricchiolare la ghiaia del vialetto. Passi pesanti, tacchi alti. E' quasi alla porta, esita, si scosta i capelli dalla faccia. Elegante. giacca coi bottoni grandi, un bel vestito, occhiali sulla fronte. Non è una testimone di Geova, non è del Labour Party. Forse è una giornalista un po' diversa dal solito. E con questa oggi siamo a due, che fanno quattro dall'inizio della settimana: ed è solo mercoledì! Adesso dirà: "Mi spiace disturbarla in un momento così difficile, e bla bla, e bla bla..." Scommettiamo che indovino? Dicono sempre così, e fanno quella faccia da scemi. Manco gli importasse davvero.




Fiona Barton. La vedova Einaudi.Traduzione Carla Palmieri


Un uomo è accusato di un crimine efferato, l'uomo muore, la verità morirà con lui?
Un'indagine svolta a più voci: la vedova, l'ispettore, la giornalista. La vedova sa più di quanto ha detto? Le altre due pedine del gioco sperano che la donna li conduca alla verità.
Un thriller psicologico in cui la verità si intravede fin da principio ma guizza tra le mani del lettore, le tre parti vogliono condurre il gioco in modo lucido ma rivelano le loro debolezze in un continuo su e giù nel tempo per una indagine che durerà quattro anni. Se vi piace il genere, godibilissimo

lunedì 5 settembre 2016

Visti da vicino


galia zin’ko







Settimana faunistica nazionale, quella appena trascorsa, per amanda ed il 3/4 che hanno visto da vicino:


  • tre o quattro poiane
  • 1 volpe che a momenti si mette a fare quattro chiacchiere con loro
  • 1 scoiattolo
  • 1 capriolo
  • 15 marmotte
  • un' assemblea di capre
  • 7 cani pastori
  • un numero sterminato di pecore
  • mucche come se piovesse
  • 7-8 cavalli
  • qualche somaro
  • e dei non precisati pesci volanti di cui hanno sentito  il rumore in volo (mentre nuotavano questa volta, non sui monti) e che hanno visto voltandosi di botto  mentre riammaravano, i pesci non loro (e giuro non avevano assunto sostanze psicotrope)
  • il cane Anton nel ruolo di Nebbia di Heidi

E abbiamo fatto solo tre giretti e solo in triveneto, pensa un po'

giovedì 1 settembre 2016

Sono vere o sono un sogno?



Pale di san Martino dalla Val Venegia



Ho un posto del cuore, ed essendo un posto del cuore, nel tempo ve ne ho già parlato, ed essendo un posto del cuore ci torno ogni volta che posso. E' il primo posto di alta montagna in cui il 3/4 mi ha portato, ormai una vita fa. Ci sono alberi che abbiamo battezzato, in quel posto del cuore, e marmotte che al nostro passaggio escono sbuffando:"ancora qui questi due, lo diceva la prozia Clotilde che a volte ritornano".
Mancavamo da due anni, un anno troppo piovoso, un anno alla ricerca di altre meraviglie e ormai scalpitavamo per tornarci. Così abbiamo aspettato, previsioni alla mano, la mia settimana libera. A volte drogano i meteorologi, li mettono tutti insieme in una botte piena di LSD e gli dicono: "fate come se foste a casa vostra, ma a cavallo tra la fine degli anni 60 e l'inizio dei 70, servitevi pure".
Così 3, dico ben 3 siti, davano per la giornata di ieri: sereno o poco nuvoloso, sporadici, locali, piovaschi nelle ore più calde sulle vette dolomitiche, senza rilievo. Il sito del Trentino dava semaforo verde per le escursioni in montagna.
Sveglia ore 4 e 45 a casa, solo una cosa che ti sta molto a cuore può indurti a simili follie. Un'alba di quelle rosate e lilla ci accompagna fino a sotto ai monti. Poi però, appena inizia il primo tornante di salita, nebbia e foschia che nemmeno in Val Padana a novembre e cielo plumbeo. "Saranno i ristagni mattutini" diciamo in coro noi, fiduciosi, scendiamo da Passo Rolle e ci avviamo verso la Val Venegia, luogo del cuore partenza del nostro giro. Ci diciamo beh, le nuvole impediranno che ci arrostiamo lungo l'erta salita. Le nuvole però sono roventi e ti trovi in una situazione tipo Saigon e prima ancora che la salita si faccia erta ti ritrovi ad aver sudato il sudabile a 1800 mt di altezza. Quando arriviamo al bivio tra vetta e rifugio, circa due ore di salita dopo, più un ora di camminata dalla macchina all'attacco della salita, io mi sono arresa, oggi dalla vetta non si vede nulla, vado al rifugio; il 3/4 invece non demorde, andrà in vetta, le nuvole in effetti corrono e a tratti si aprono per poi richiudersi velocemente. Al rifugio trovo tutta gente che annoderebbe volentieri gli esperti meteo, una coppia che ha provato per due volte a salire e che alla fine si è data per vinta e diverse persone che come me hanno dirottato sul rifugio


che si pente per 5 minuti di non aver proseguito verso l'alto,



che dopo altri 5 minuti si congratula per aver scelto di rinunciare



Campanile di Focobon dal Mulaz
le definitive nuvole in arrivo


Dopo quasi due ore il 3/4 scende dal monte con le pive nel sacco, durante la salita qualche squarcio di sereno gli ha permesso una parziale vista panoramica, ma l'attesa in cima non l'ha ripagato, solo nuvole e nebbia. Paninozzo e birrozza e poi, salutati i nuovi gestori del rifugio, iniziamo la discesa, perché lo spacciatore personale di informazioni meteo del gestore ha dato possibile pioggia dalle quattro. Stiamo per terminare il pezzetto più impegnativo della discesa, che è come sempre bagnaticcio e munito di corda fissa, quando il 3/4 dice "ora può anche piovere", erano le quattro e il meteorologo personale del gestore del rifugio non aveva partecipato al festino psichedelico degli altri e così è piovuto, niente tuoni e fulmini, per fortuna, ma pareva Irlanda

montanarina zuppa ai primi raggi di sole

e avevamo ancora un'ora e mezza di discesa sui sassi che, bagnati, non sono mai simpatici, prima di arrivare ai prati
Finalmente ha smesso, per ora

Cavallazza, a sinistra, dai pascoli alti della Val Venegia
Ci scaldiamo un po' le ossa all'ultimo sole, scendiamo convinti di cenare alla malga Venegiota, ma la stagione si è chiusa proprio oggi , non riusciremo a salutare la Signora Graziella


restano solo le vacche ed i malgari, cucina chiusa :(
Ci consoliamo, più che degnamente, a passo Valles e quando vedo la "piccola" mascotte del rifugio Capanna, che riposa, ho la certezza: sono stata Heidi in un'altra vita

ma non chiamatelo Nebbia si offende

martedì 30 agosto 2016

Incipit: la vita felice







Nell'agosto del 1978, l'estate in cui incontrai Anna Trabuio, mio padre portò nei boschi una ragazza.
Si era fermato col furgone sul ciglio della strada, prima del tramonto, le aveva chiesto dove stesse andando, le aveva detto di salire.
Lei accettò il passaggio perché lo conosceva.
Lo videro viaggiare a fari spenti in direzione del paese, ma poi lasciò la strada, prese un sentiero ripido e sconnesso e la costrinse a scendere, la trascinò con sé.


Elena Varvello. La vita felice. Einaudi


Elia ha sedici anni nel 1978, sta crescendo. E' consapevole che la vita della sua famiglia è alla deriva. Il padre è rimasto disoccupato per la chiusura della fabbrica dove ha sempre lavorato e si è perso; di questo Elia è certo; la madre di Elia, che quell'uomo ama sopra ogni evidenza, è certa che con l'amore riuscirà a ritrovarlo. Ma ha paura, paura di dove e come quell'uomo, che credeva di conoscere, si sia perso.

I suoi segreti e tutte le speranze e le paure, il posto in cui l'amore la teneva: mia madre era una donna complicata, sebbene allora avessi la sensazione che fosse piatta e trasparente

Elia trova l'amore imbattendosi in un'amicizia e neppure quello è proprio come e dove si sarebbe aspettato.
Elena Varvello costruisce un romanzo di formazione attorno ad un noir ed il risultato è sorprendentemente lucido, toccante, trascinante. Non vi racconterò di più per non svelare troppo. Leggetelo, ne vale la pena