La camera

 

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Quando nacque Robertino, la madre lo sentì piangere e pensò che i polmoni funzionavano e anche la voce. Glielo posarono sul petto e aveva anche un bel nasino e una bocca morbida e un'espressione fra lo stupito e l'infastidito che trovò buffa e la fece sorridere. Gli contò le dita delle mani e dei piedi, c'erano tutte, lo affidò alle braccia del marito che assunse un'espressione tra l'estasiato e lo spaventato, pensò allora a cosa si potesse leggere sulla sua faccia in quel momento, sicuramente stanchezza e felicità. Qualcuno prese il bambino, lo lavò, pesò e misurò e lo vestì e dopo un paio di giorni fu dimesso con la patente di bambino sano. Come succede per tutti i neonati, passarono mesi a prendere le misure reciproche, imparando l'uno dall'altro. Robertino mangiava, cresceva, dormiva. Oddio, dormiva, più che altro quietava. Era di fatto un bambino tranquillo: dopo la poppata la mamma o il papà lo cullavano, lo cambiavano, lo mettevano nel lettino e lui stava lì per ore ma sembrava non dormire mai, a qualsiasi ora passassero a controllare aveva gli occhi spalancati, nemmeno curiosi, sembrava assorto in pensieri tutti suoi. All'ora della pappa Robertino si muoveva nella culla, non piangeva ma ormai avevano imparato a capire che quei movimenti erano il suo modo di reclamare il seno. Quando esprimevano le loro perplessità ai parenti o al pediatra, quando la donna si confrontava con altre madri, tutti immancabilmente le dicevano di considerarsi fortunata:  poteva riposare e avere tempo per sé, era la madre del bambino più buono del mondo, alcune confessavano di invidiarla. Iniziò a giocare con gli oggetti, a rotolare, a stare seduto, il pediatra diceva forse un po' più lentamente degli altri ma raggiungeva comunque le tappe. Al momento dello svezzamento non ci furono particolari problemi anche se continuò  molto più a lungo degli altri a mangiare tutto frullato. Giocava per ore con lo stesso oggetto, sembrava studiarlo con attenzione, non lo lanciava mai, sembrava non volersene privare. A camminare imparò presto una sorta di rivendicazione di autonomia e indipendenza. Poi iniziò a parlare una lingua tutta sua, una lingua più adatta aisoliloqui che alle conversazioni. Quando si trattò di usare i pastelli era più interessato a loro come oggetto che all'uso che se ne poteva fare. Sceglieva il nero, il grigio per tracciare interminabili linee che debordavano da fogli tavolo, sedie, pavimenti come se una rotaia impazzita vagasse in cerca della sua metà dispersa per il mondo o al contrario minuscoli puntini che non svelava mai cosa potessero rappresentare, nemmeno in quella sua lingua arcana. La madre gli requisì i pastelli scuri angosciata dall'idea che svelassero più di quanto ormai appariva evidente ai più: Robertino era un bimbo atipico. Lei preferiva definirlo speciale ma si sa il mondo è a misura di coloro che si somigliano e fanno di tutto per omologarsi e dall'età dell'asilo in poi non le fu più possibile essere sempre presente per fare da tramite tra Robertino e il resto del mondo.A un certo punto si convenne che il parere di uno specialista fosse necessario, si moltiplicarono le visite, le analisi, le terapie e se una diagnosi alla fine giunse, non fu la soluzione del problema ma l'inizio di una strada in costante erta salita, per lui che si inquietava nei momenti in cui doveva condividere giorni e attività con gli altri umani e per i suoi che vedevano le forbici allargarsi tra Robertino e il mondo. Poi un pomeriggio d'estate, mentre tornavano a casa da un weekend trascorso dai nonni che abitavano in centro Italia, la strada, scollinando, si addentrò in un campo di girasoli. Robertino stringeva tra le mani un pastello giallo e uno arancio e fino a quel momento li aveva guardati come si sarebbe osservato il mutare dei colori e delle immagini dentro un caleidoscopio e improvvisamente si agitò tutto. I genitori, allarmati da quel repentino e insolito cambio di umore, fermarono l'auto a bordo strada. Il bambino scese di corsa e si infilò tra gli alti steli con il naso all'insù. Si agitò nuovamente. Il padre gli spiegò che si trattava di girasoli e che quei fiori si disponevano sempre con la corolla al sole. Robertino parve interessato a quelle informazioni come assai raramente succedeva e osservò i pastelli che aveva in mano. Tornati a casa si dedicò alla sua nuova passione : ogni pezzo di carta o cartone disponibile, ogni superficie si trasformò in un campo di girasoli. Iniziò quella che la mamma definì la perenne estate di Robertino. Van Gogh era un povero dilettante al suo confronto, in breve i girasoli invasero la casa. Il giorno in cui Robertino gliene offrì uno colorato di un giallo così intenso da fare invidia al sole, sua madre pensò che nessuno aveva esclamato "ti voglio bene" con voce più stentorea. 

Commenti

  1. Come sempre hai ricamanto un bel racconto, di una dolcezza infinita.
    Mi sono permessa Amanda di citarti nella mia filastrocca dei blog. Spero ti piaccia. Ciao Ester

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  2. Un racconto di estrema delicatezza e l'incanto a tracimare dal foglio.

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  3. Grazie per questo racconto pieno di poesia e di bellezza. Abbiamo bisogno anche noi di vedere il mondo con gli occhi di Robertino. Buona settimana.

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  4. Il "ti voglio bene" senza parole di un bimbo speciale emoziona. Come tutta la storia.

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  5. Bellissimo. L'immagine del bimbo che corre in mezzo ai girasoli permettendo alla sua anima di colorarsi, è davvero magnifica. un saluto

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  6. Un blog che pareva avviato sulla via del tramonto lo vedo finalmente popolarsi di intenditori che apprezzano quel che si scrive da queste parti.
    Meriti di più ma confido che il più arriverà.
    Non t'affannare a rispondere che tanto più d'un paio di parole non mi scrivi.
    Ciao.

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    1. Guardali bene, sono sempre gli stessi i miei pochi, adorati lettori. Mi leggono da anni. Pochi ma buoni

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