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L'eredità

Bo Bartlett    Era un divano estremamente scomodo. Già a sette anni la sua rigidità, la necessità di mantenere un portamento eretto quando vi ci si sedeva, il raso color ocra scivoloso che lo foderava e i grossi bottoni che lo saldavano all’imbottitura, le molle percepibili sotto la seduta ricoperte allora di crine, credo, me lo rendevano inviso, per giunta le mie gambe corte di bambino rimanevano sospese nel vuoto facendomi sentire simile alle marionette che talvolta la maestra ci faceva usare a scuola per fare teatro. Era un oggetto classico, elegante, a suo modo, ma estremamente datato. Sembrava, lo ricordo ancora, inibire più che facilitare le conversazioni con gli ospiti. A casa dei miei nonni materni era collocato sotto a una finestra. Di fronte c'era un piccolo tavolino con sopra una scacchiera con una partita sempre iniziata. Nonna non giocava a scacchi e neppure mia madre, così penso che nonno sfidasse se stesso e per un po' gli scacchi furono l'unica chance di int...

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