Canto notturno

 

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Voi dal cuore tenero, voi che sobbalzate nel cuore della notte per un rumore improvviso, voi che nella penombra delle vostre stanze dilatate le pupille, drizzate le orecchie e allertate i sensi, voi insomma che abitate rumorosi silenzi, vi prego non proseguite nella lettura di queste righe, ché non voglio sentirmi responsabile dei battiti accelerati dei vostri cuori mentre narro questi fatti, poiché già le mie notti indossano le mie ansie e anche questo mi fa sentirec olpevole dato che l'insonnia è una cattiva compagnia. Ma voi, voi impavidi che vi nutrite di sangue e orrore peccando di troppa (o troppa poca fantasia), voi per i quali  il nero è pece melmosa e il rosso è denso e odora di ruggine dolciastra, non indugiate neppure voi nella lettura, poiché non si tratta di una storia morbosa, nessun sangue è stato o verrà versato, non almeno che io sappia o mi sia stato raccontato mentre questa storia mi veniva presentata e non vorrei che, ultimata la lettura, mi chiedeste conto del fatto di avervi inutilmente illusi di trovare in queste righe pane per i vostri denti. Alla fine si tratta di una storia semplice, come tante altre, se solo si sa provare ad accogliere in noi ciò che i sensi di altri filtrano, se solo si prova ad indossare i panni degli altri anche quando ci appaiono troppo attillati o esageratamente ampi. 

Maria Luce Albertengo era nata in un luminoso giorno di aprile e quando la levatrice l'aveva sollevata per i piedi perché la sua vita di natante mutasse in vita umana, estraendola dal grembo della madre stremata dal parto, la prima immagine che quella aveva avuto della figlia era stata il mantello di sole che l'avvolgeva, filtrando dalle pesanti tende che erano state tirate per non disturbare il  travaglio, così le aveva scelto il nome. Nella sua prima infanzia Maria Luce venne giudicata una bimba piena di fantasia: giocando chiacchierava incessantemente, la nutrice riteneva che attribuisse sempre nomi diversi alle sue bambole e che avesse uno o più amici immaginari cui si rivolgeva come spesso fanno i bambini a quell'età. Tuttavia gli anni passavano e Maria Luce con buona pace di quel nome si dimostrò una creatura notturna. La bambinaia riferì alla madre che la piccola forse soffriva di sonnambulismo e si aggirava per le stanze dell'antico palazzo a volte quieta, quasi seguendo indicazioni altrui, a volte percorreva i corridoi correndo a piedi nudi nelle gelide notti invernali e aveva consigliato i genitori di non tenere mai aperte le porte esterne e, quand'anche fossero chiuse, di allontanare le chiavi dalle toppe perché le era capitato di trovarla che si aggirava per il grande giardino confabulando. Da principio Maria Luce non poteva definirsi un essere solitario poiché non disdegnava la compagnia né dei familiari né degli altri bambini ma con il passare del tempo a tutti fu chiaro che la notte viveva una seconda esistenza: sembrava quasi non conoscere il sonno. Vi cadeva sprofondata sul far della sera, tranquillizzando quanti l'amavano, sempre più preoccupati dal suo comportamento. Ma poi, quando la grande casa cadeva nel silenzio, era usuale che inspiegabilmente riuscisse a eludere la guardia montata al suo capezzale. Numerose bambinaia e governanti avevano perso il posto di lavoro per negligenza fino a quando non era capitato sia al padre che alla madre provare a sorvegliare quei sonni inquieti e si erano finalmente resi conto che qualcosa di soprannaturale avveniva in quelle stanze e che questo fenomeno comunque non rappresentava un pericolo per la loro figlia che si materializzava in un altro punto della casa e che al mattino era carica di energie quasi avesse goduto di sonni lunghi e profondi. Si era quindi posta fine alla sorveglianza, anche se le voci riguardo quella loro strana creatura notturna erano corse di bocca in bocca per tutta la città e ormai a causa delle male lingue Maria Luce era isolata e si parlava di lei come di una strega, e non aveva ancora dodici anni. Passarono altri anni e ciò che salvò Maria Luce dall'internamento in manicomio o peggio, furono l'amore della sua famiglia, la cui importanza nell'economia della città era tutt'altro che irrilevante, e l'innegabile mitezza che connotava l'agitazione di quell'essere che raccontava di braccia che di notte si levavano dai muri a sollevarla e trasportarla e di voci che cantavano struggenti melodie per calmare la sua anima quando era agitata. Voi potete credere a Maria Luce o alla sua malattia. Di ognuna di quelle anime lei conosceva il nome, la storia, il colore dei capelli e perfino il numero delle ciglia, e a chi verso l'alba la riaccompagnava nella sua stanza raccontava per filo e per segno di quelle vite passate e future così come da loro, a lei erano state narrate. E ora chiudete gli occhi e fate bei sogni. 






Commenti

  1. I miei risvegli notturni sono cullati da folletti insonni, a volte prendiamo tisane rilassanti assieme senza un battito di ciglia e - grave mancanza - senza neanche contarle.

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