L'eredità
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| Bo Bartlett |
Era un divano estremamente scomodo. Già a sette anni la sua rigidità, la necessità di mantenere un portamento eretto quando vi ci si sedeva, il raso color ocra scivoloso che lo foderava e i grossi bottoni che lo saldavano all’imbottitura, le molle percepibili sotto la seduta ricoperte allora di crine, credo, me lo rendevano inviso, per giunta le mie gambe corte di bambino rimanevano sospese nel vuoto facendomi sentire simile alle marionette che talvolta la maestra ci faceva usare a scuola per fare teatro. Era un oggetto classico, elegante, a suo modo, ma estremamente datato. Sembrava, lo ricordo ancora, inibire più che facilitare le conversazioni con gli ospiti. A casa dei miei nonni materni era collocato sotto a una finestra. Di fronte c'era un piccolo tavolino con sopra una scacchiera con una partita sempre iniziata. Nonna non giocava a scacchi e neppure mia madre, così penso che nonno sfidasse se stesso e per un po' gli scacchi furono l'unica chance di interazione con mio padre che, non essendo un grande giocatore, non gli dava la dovuta soddisfazione nel batterlo. Nella bella stagione, le tende un po’ discostate lasciavano intravedere il tetto della casa di fronte ma non a chi prendeva posto su quel divano. Mio padre sosteneva che un ospite seduto lì sopra non si sarebbe sentito il benvenuto. Anche lui al tempo del suo primo incontro con i futuri suoceri si era sentito un osservato speciale pronto ad essere sottoposto a severo giudizio. Mia madre ribatteva che sarebbe stato così anche se si fosse accomodato sulla più comoda e avvolgente delle poltrone perché lo conosceva e conosceva anche la rigidità dei suoi genitori che quel divano avevano scelto, tra tanti, per la loro casa. A proposito di quella serata era solita affermare che partorirmi era stata un’impresa meno faticosa di far decollare un minimo di conversazione che avesse l’ambizione di essere disinvolta il minimo sindacale tra i nonni e mio padre. Molti dei miei ricordi riguardo ai nonni sono indissolubilmente legati a quel sofà. Quando si trasferirono nella casa di riposo che ospitò i loro ultimi anni di vita, il sofà fu collocato nell’ingresso della nostra casa, perché nonna, che aveva lasciato andare senza recriminazioni tutto ciò che negli anni si era accumulato nella loro casa, l’unica da loro abitata dal giorno del matrimonio, si era intestardita che il divano dovesse essere conservato. Tollerato da mio padre come atto d’amore nei confronti di mamma, era stato nuovamente tappezzato quando il raso, ormai liso, aveva lasciato intravedere l’imbottitura sottostante. Alle feste comandate papà o mamma partivano e andavano a prendere i nonni alla casa di riposo per pranzare o cenare tutti insieme e, pur disponendo noi di un grande e comodo divano a L nel soggiorno, quando arrivavano e prima di ripartire sedevano, discosti, ai due lati opposti di quel ridicolo sofà nell’ingresso. Che si trattasse di un atto di riappropriazione o che si sentissero più a loro agio e a casa lì sopra, non l’ho mai chiesto loro. A Pasqua o Natale, nonna sedeva al lato destro le gambe incrociate all’altezza delle caviglie in una postura che esprimeva contegno e, col senno di poi, anche imbarazzo. I capelli erano candidi, indossava, in queste occasioni, tranne in piena estate e in primavera inoltrata, la sua pelliccia di visone, che per le signore di quell’età era sinonimo di eleganza e benessere economico, reggeva in grembo la sua borsa in cui non mancavano mai un pacchetto di mentine per rinfrescare l’alito e un fazzoletto di battista ricamato, le gambe erano fasciate da calze spesse e scure perché si vergognava del reticolo di capillari dilatati che tuttavia non si erano mai trasformati in vere e proprie vene varicose, ai piedi calzava un paio di comode e sobrie scarpe a mezzo tacco. Il nonno seduto al lato opposto azzardava di più con i colori: farfallini rosse, sotto giacca color vaniglia, giacche di tweed. Tra le mani si rigirava l’immancabile cappello che serviva anche a celare l’imbarazzo di non sapere mai cosa farne di quelle dita lunghe e affusolate quando non si sentiva a proprio agio. Non ho mai capito come mia madre abbia potuto avere il temperamento estroverso e positivo che tutti, a partire da mio padre, le hanno sempre riconosciuto, come abbia fin da piccola, coltivato l’amicizia con rapporti così stabili e felici nel tempo che le regalano grande confidenza con persone che frequentava nell’infanzia e che magari ora vivono all’altro lato del Paese ma con le quali si sente per telefono o per mail con una costanza che le invidio. Da dove le sia arrivata questa capacità, visto che i suoi genitori a malapena riuscivano a sciogliersi con noi nipoti per regalarci un abbraccio, non l’ho mai capito. Non deve essere stato facile per una come lei essere figlia loro, eppure non dubito che il suo legame con i nonni fosse profondo e affettuoso. Ho visto quanto ha sofferto quando se ne sono andati a pochi mesi di distanza uno dall’altra. Persino tra loro i dialoghi erano stringati e mirati essenzialmente alla gestione del quotidiano, chissà forse le parole erano superflue, parevano infatti intendersi alla perfezione con qualche cenno del capo e con sguardi di intesa. Ad un osservatore superficiale sembrava fosse nonno a mediare tra loro due e il resto del mondo, compresa mia madre, a noi però era evidente che il nonno fosse una sorta di portavoce dei pensieri e dei desideri della nonna, una sorta di mediatore culturale. Da molti anni il divano è vuoto, nessuno ci si siede sopra, al più mia madre vi appoggia la borsa, mio padre libri o riviste ma ogni volta che entro in casa dei miei genitori sento su di me lo sguardo severo ma benevolo dei nonni, è una sorta di totem e comprendo come sarebbe stato impossibile per mia madre privarsene



sei entrata nel quadro con delicatezza e precisione
RispondiEliminamassimolegnani
(orearovescio)
Grazie Massimo
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