La gloria della tinteggiatura

 

Bo Bartlett




Caleb Cotton aveva diciannove anni, due belle spalle larghe e dritte e mani grandi, forti e callose, la voglia di lavorare non gli mancava. Non pensava a farsi una famiglia, aveva un sogno: un piccolo pezzo di terra su cui costruirsi una casa.Americano di terza generazione, aveva imparato un mestiere da Mr. Wilson: era carpentiere, ma quando il suo capo non aveva commesse andava per fattorie a lavorare a giornata, a fare legna, mungere le vacche, aiutare nella raccolta o nella semina. Fatica, sudore, terra nera e grassa rivoltata in primavera per raccogliere le sementi, terra ocra e polverosa che in estate si insinuava ovunque, non ne aveva mai abbastanza. Pensava che se anche fosse riuscito a comprarne a sufficienza, giusto per un orto fuori dall’uscio di casa, sarebbe stata comunque sua, anche se avesse dovuto continuare a lavorare sotto padrone per avere di che vivere.Dopo aver dato il giusto per il vitto ai suoi, cercava di mettere da parte del denaro per il suo sogno. 

Sua madre Ethel, orgogliosa di quel suo ragazzo, così determinato e ambizioso ma concreto, aveva infatti convinto il marito a non chiedergli tutta la paga per il sostegno della famiglia. Caleb era il secondogenito, sua sorella maggiore, Rosa, era già sposata e viveva in un altro Stato, c’erano poi tre fratelli minori e una sorella di soli quattro anni.

I Cotton erano timorati di Dio e ogni domenica si recavano nella chiesa battista del reverendo Jackson: cantavano tutti, dal più grande alla più piccola, con voce calda e piena per far capire all’Onnipotente l’intensità della loro devozione.

Un giorno, alla fine della messa, il reverendo chiese a Caleb di fermarsi perché doveva parlargli. «Ragazzo» gli disse, «tuo padre mi dice che stai risparmiando per il tuo futuro e Dio renderà merito alla tua saggezza. Ieri si è presentato qui da me padre Morrison, della chiesa presbiteriana, in cerca di aiuto. La loro è una piccola comunità. I giovani bianchi ormai stanno lasciando le campagne e la loro chiesa sta cadendo a pezzi. Hanno raccolto i soldi per i materiali, ma non ne hanno a sufficienza per pagare anche un’impresa… se però un giovane di buona volontà volesse sistemare qualche asse, sostituire alcune scandole del tetto del campanile e tinteggiare gli esterni in tempo per la messa di Natale… potrebbe portarsi a casa un discreto gruzzoletto. Le chiese sono diverse, ma il Padre Eterno è uno solo e io ho pensato a te.»

Caleb dedicò a quel lavoro ogni ora libera e nessuno dei due pastori ebbe da ridire sul fatto che, così facendo, non santificasse le feste: la gloria di Dio dispensava dall’attenersi al terzo comandamento. Lacey Morrison, la figlia del pastore, minuta, capelli tagliati a caschetto e occhi vispi, sembrava intenzionata a offrirgli il suo aiuto: ora reggeva la lunga scala, ora gli allungava il secchio della vernice, talvolta gli portava una tazza di cioccolata calda, o i sandwich e lo faceva sempre parlando. A Caleb sembrava che Lacey fosse una fonte inesauribile di argomenti, raccontava con la stessa intensità con cui a casa Cotton si cantavano i salmi. E lui ne era inebriato, sembrava che quella ragazza sapesse discorrere di tutto e per giunta che volesse farlo proprio con lui. Aveva la forza della gentilezza e la perseveranza di un segugio che insegue la preda.

Caleb prese a guardarla con occhi diversi e si scoprì a desiderare che arrivasse l’ora di recarsi alla chiesa più per vederla che per ultimare i lavori. Un attimo prima era solo, in silenzio, a martellare un’asse o passare la prima mano di pittura e un attimo dopo lei era lì, ai piedi della scala, con il sorriso stampato in volto a dissertare di argomenti di cui fino a un momento prima lui non immaginava quasi l’esistenza. E lo faceva con competenza e logica stringente, tanto da suscitare in lui la più grande ammirazione.

Mancavano cinque giorni a Natale, e in quel su e giù dalla scala, in quell’allungare cibo e bevande calde, le mani iniziarono, non solo a cercarsi ma anche a trovarsi: una grande, ruvida e nera, l’altra piccola, morbida e diafana. A Caleb sembrava sempre di tenere tra le mani un passerotto infreddolito, che si lasciava scaldare. Il giorno della vigilia, anche l’ultima pennellata di vernice era stata passata. Lacey appese due ghirlande ai lati del portale della piccola chiesa che finalmente spiccava, rilucendo al pallido sole invernale.I due ragazzi compresero che non ci sarebbero stati più pretesti per incontrarsi. Se lo avessero fatto ancora, il loro sentimento sarebbe corso di bocca in bocca e Caleb avrebbe dovuto rinunciare al suo sogno, a quella terra a cui sentiva di appartenere e che desiderava gli appartenesse.

Il pastore Morrison, ignaro, decise che il momento andava immortalato con uno scatto. Caleb doveva aver ereditato da nonno Elijab, morto quando lui aveva da poco compiuto sei anni, l'idea che le macchine fotografiche ti rubassero l'anima se ci guardavi dritto dentro. Non succedeva mai infatti che Caleb, una volta sviluppato un negativo, avesse lo sguardo diretto al fotografo: o guardava di lato o aveva gli occhi chiusi.

Ancora oggi, nello studio che un tempo fu del pastore Morrison, c’è la foto che rende gloria allo splendore di quella tinteggiatura e Caleb Cotton ha gli occhi chiusi: né una macchina fotografica né l’amore gli rubarono anima e sogno.



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