Le chiome degli alberi di notte
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| K. Friedrich |
«Hai presente le chiome degli alberi di notte?» Mi chiede Simone.
Ma di cosa si nutre, cosa fuma? Anche se so benissimo che mangia poco e non si fa di nulla, nemmeno cioccolata. Non so cosa legge sulla mia faccia ma quello che penso di averci disegnato sono un sorriso e due rughe sulla fronte aggrottata.
Dentro di me contemporaneamente sorge la domanda:"Ma la chioma degli alberi è diversa a seconda dell'ora?"
Però non ho il coraggio di formularla perché sicuramente la risposta è affermativa e lui con certezza sa anche perché o almeno io ritengo che sia così.
Simone mi è toccato in sorte il primo giorno di scuola delle medie, quasi nessuno si conosceva, potevo capitare in banco con Giulia Franceschi e per dire sarebbe stato "piacevole allo sguardo" o con Fabrizio Rivelli e avremmo finito col litigare come puntualmente abbiamo fatto comunque per i successivi tre anni. Invece ci siamo trovati seduti vicini e non ci siamo più separati anche quando, dopo la terza, ci siamo iscritti lui allo scientifico e io al classico a indirizzo musicale. Simone resta il più bel regalo che mi sia mai capitato. Io leggo, lui sa. È un animale onnivoro, come quei geni di un tempo che dall'arte all'ingegneria si cimentavano con successo. E mentre io la notte conto le stelle fluorescenti che mia madre attaccò al soffitto della mia camera per placare le mie ansie bambine da terrore del buio, evidentemente, da qualche altra parte di questa città, Simone studia le chiome degli alberi. Simone è lungo e magro, non sembra interessato al cibo, mangia quello che trova. Ha occhiali tondi le cui lenti gli regalano due occhi da gufo e come il gufo mi aspetto sempre che la sua testa sia in grado di ruotare di trecentosessanta gradi tale è la sua capacità di osservare quello che lo circonda nei più minimi dettagli.
Avevo due possibilità quando l'ho conosciuto: trasformare l'invidia in odio o appoggiarmi a quel suo sguardo eclettico e lasciarmici trasportare. Ho scelto la seconda e non me ne sono mai pentito. Mi ha cambiato la vita in meglio, non so se lui può dire di me la stessa cosa.
Marcoesimone per anni i nostri nomi sono stati pronunciati come se la congiunzione creasse un'unità. Come nei gruppi di amici di vecchia data si nominano i membri di una coppia dai molti anniversari. Come Anna con Marco dopo Lucio Dalla.
Io libri e oboe: uno strumento meno popolare non avrei potuto scovarlo ma in famiglia suonavano tutti fiati e gli mancava l'oboe; chitarra, voce, piano o violino e avrei avuto schiere di pretendenti, invece eravamo Simone, io e la mia insicurezza che si faceva evanescente solo quando dovevo acciuffare una nota. Lui la fisica, la chimica, l'astronomia ma anche la filosofia, la storia, la biologia: due opposti che si attraevano insomma. Forse, in quel grande calderone che è l'amicizia nell' adolescenza, ci siamo anche amati, a modo nostro, perché la vita senza Simone, per anni, non potevo proprio immaginarla. E se ti senti compreso, se vieni accettato per come sei, quando non stai bene nemmeno con te stesso, come lo definisci questo? Ma tant'è ci piacevano anche le ragazze.
«La chioma degli alberi di notte è uno schermo contro il cielo»
«Ma scusa, non lo è anche di giorno? Come la definiresti allora l'ombra sotto cui ti ripari d'estate?»
«Intendo dire: immagina un parco di notte, o meglio, immaginalo in un tardo pomeriggio d' inizio autunno, il buio è denso, le luci dei lampioni del parco vengono intrappolate sotto le fronde degli alberi non ancora spogliati completamente perché l'estate si è incistata nella stagione successiva lentamente, il vento non ha mai soffiato e loro non hanno ceduto, attendono sospese, non più verdi ma non ancora accartocciate. Quel sipario nasconde le stelle e forse la luna. È in queste situazioni che tutto appare come un quadro metafisico per le forme geometriche dei fusti, dei tronchi. Ma la scena ha anche un che di romantico: il Friedrich di un Uomo e una donna davanti alla luna»,
Come al solito resto incantato riesce sempre a evocare immagini così precise che più che una descrizione pare di esserci caduti dentro nel "quadro" che ha dipinto.
Afferro la custodia dell'oboe, serve della musica a questo punto, suono un pezzo del concerto in re minore di Alessandro Marcello che sto preparando in quel periodo. Quando concludo il brano decidiamo che dobbiamo assolutamente organizzare una serata di musica al parco in autunno perchè io non devo perdermi per nulla al mondo le chiome degli alberi di notte e lui vuole assolutamente ascoltare nuovamente Alessandro Marcello sotto quel sipario. Resta da capire come riuscire ad entrare nel parco dopo l'orario di chiusura e come farlo nel momento più propizio per ricreare l'atmosfera desiderata. In tutto questo mi scordo di chiedergli come fosse lui a conoscenza di quell'atmosfera così magica dato che non è in grado di formulare al momento neppure un'ipotesi su come scavalcare le alte mura di cinta del parco senza farsi beccare. Ma Simone è così anche un poco enigmatico. Come due ladri per giorni abbiamo pianificato come dovremmo scavalcare il muro di cinta e dove. Abbiamo aspettato un autunno di quelli tardivi, con le foglie ancora appese ai rami, la serata con l'aria densa e la nebbia in procinto di calare ma ancora lì sospesa, incerta, in divenire come una promessa non ancora mantenuta, poi abbiamo aspettato i nostri esami di maturità, il mio diploma di conservatorio e poi il mio primo concerto, i nostri matrimoni, il suo primo figlio, la prima volta in cui ho inciso un mio concerto con l'orchestra, il mio divorzio, la mia prima tournè europea, il suo dottorato, il suoi concorsi per l'università. Non ce le siamo mai scordate quelle chiome di notte, sempre vicini anche se fisicamente distanti.
Abbiamo aspettato troppo, ora lo so. Tre mesi fa trovo un suo vocale, inizio ad ascoltarlo con il sorriso sulle labbra
«Marco preferisco mandarti un vocale, non credo sarei riuscito a dirtelo al telefono. Due mesi fa ho iniziato ad aver dolori, ero sempre stanco, ho iniziato a perdere peso. Insomma, ho un cancro al pancreas, con metastasi già in giro. Ho iniziato ieri la terapia ma devo essere realista , non credo di avere grandi possibilità, se mi sottopongo a questo strazio lo faccio per Giovanna e soprattutto per Giulio, me ne andassi ora, forse non si ricorderebbe nemmeno di me. Ti tengo aggiornato ma ti prego: non venire e non mi chiamare. Grazie di tutto, di esserci stato sempre e ricorda , devi ancora vedere le chiome degli alberi di notte»
Non ascolterò mai più quelle parole che sono una sentenza, penso solo al peso di pronunciarle.
Dopo dieci giorni l'aggiornamento arriva da Giovanna: «Simone non c'è più»
Non so cosa fa più male: sapere di non averti potuto abbracciare un'ultima volta, sapere quanto hai sofferto negli ultimi giorni, sapere che non vedrai Giulio crescere, sentirmi abbandonato come non mi era successo neppure quando Laura mi ha lasciato. Pensavo di avere tutto il tempo del mondo.
Ho scavalcato il muro di cinta del parco, nello zaino l'oboe, mi siedo sotto le chiome degli alberi, la luce gialla di un lampione è intrappolata sotto un sipario di foglie che non vogliono mollare la presa. Apro lo zaino e suono il concerto in re minore di Alessandro Marcello. Simone le cose le sa.

molto bello e anche meglio di Francine Le Gall
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