Marcia Nuziale




Alessandro Gottardo Shout


La prima volta vide la donna dal bus, si stava trasferendo in quella città, la cui antica tradizione universitaria andava di anno in anno perdendo lustro, quanto meno nel suo settore. Era lì sul bus, due trolley ed uno zaino e la vide alla fermata dell'ospedale. Lo stesso dove avrebbe studiato e praticato nei successivi cinque anni della sua specializzazione. Nel mezzo di  una piccola folla di pedoni non le sfuggì quella donna esile, il capelli grigi su cui era posata una ghirlanda di fiori piccoli e bianchi , un corpetto di pizzo bianco, una gonna lunga  ricavata da raso di quello a buon mercato con cui sua madre le creava i travestimenti di carnevale quando era bambina, anch'essa bianca. La donna pareva la caricatura di una sposa, le guance rugose cosparse di cipria rosata, la carne ormai cadente delle braccia, lo sguardo assente di due occhi su cui gravava un dolore invece presente e tangibile perfino per quel furtivo istante nel quale catturò la sua attenzione prima che il bus proseguisse la sua corsa.
Scese dal bus e fu inghiottita dal vortice delle incombenze, Giulia, la coinquilina che le aveva fatto vedere la stanza il giorno in cui era stata per la prima volta in città per risolvere tutte le questioni burocratiche la presentò a Silvia e Francesca che ancora non conosceva, disfece le valigie, sistemò i libri sulla scaffalatura sopra la piccola scrivania, si fece indicare il supermercato più vicino, in pratica, come era normale che fosse, si dimenticò della visione. 
Prese confidenza con la sua nuova vita, le lezioni, i turni per le faccende domestiche. Rispetto al vorticoso turnover di coinquiline dei sei anni di medicina, forse per il fatto che tutte e quattro erano specializzande, con i pesanti turni assegnati da rispettare, e uno stipendio,  si creò una "sorellanza" tra di loro, una confidenza e la possibilità di trovare nelle altre la dovuta comprensione quando si sentivano abbandonate dagli strutturati fantasma, sempre gli stessi per ognuno di loro, che invece di insegnare ad affrontare i casi difficili, le lasciavano in balia delle loro naturali insicurezze da principianti. 
Stavano chiacchierando sulla strada per l'ospedale lei e Silvia, quando erano ormai verso la fine dell'inverno del loro primo anno quando la rivide, indossava un piccolo diadema sul capo, una stola bianca di pelliccia sintetica, un abito di pizzo di lana bianca e stivali in tinta. La indicò a Silvia che le disse che era un personaggio noto in città e che si diceva che fosse stata abbandonata all'altare e che la sua psiche non avesse retto. Per un breve istante i suoi occhi e quelli tristi e lontani dell'esile, candida figura si incrociarono e fu lei la prima a distogliere lo sguardo. Uno dei suoi docenti più presenti e attivi nella didattica, un giorno le affidò il compito di raccogliere nuovamente l'anamnesi e di iniziare un periodo di presa in carico di uno dei pazienti "cronici" che frequentavano il servizio, le disse che lui preferiva che iniziassero dai pazienti "stabili" da un periodo di tempo congruo a non mettere a disagio né il fragile paziente, nè l'ancora fragile praticante. Le diede delle indicazioni di massima, le disse che lui era comunque in reparto per qualsiasi dubbio e la fece accomodare nello studio adibito a questo tipo di colloqui. Stava meditando su come intavolare la conversazione, ripassando quanto appreso in teoria, quando fece il suo ingresso nello studio la "sposa abbandonata" come ormai l'aveva  battezzata. Quella mattina, l'abbigliamento non si discostava dal consueto candore, anche se come notò non era mai lo stesso. A differenza dell'aspetto minuto, la donna, pur rivolgendole il solito sguardo dolente e lontano, la salutò con voce pacata ma potente. Lei la invitò ad accomodarsi e quando quella si fu sistemata sulla poltrona, le chiese se voleva raccontarle di lei, quella iniziò d'impeto, quasi non attendesse altro che di sgravarsi, l'impellenza di condividere un fardello troppo gravoso da portare in solitudine. Raccontò di come si erano incontrati lei e quello che sarebbe diventato suo marito, non più giovanissimi entrambi sulla quarantina, ognuno con un passato alle spalle, le proprie storie, i propri fallimenti, ad una cena di lavoro. Era subito scattata una tensione, una sorta di magnetismo tra loro, ma non finirono a letto né quella sera, né ai successivi incontri, si confessarono reciprocamente che nonostante non fossero di "primo pelo" erano così convinti entrambi di avere finalmente incontrato la persona giusta che quello che realmente desideravano erano stringere i tempi per sposarsi, che la tensione tra di loro l'avrebbero lasciata crescere come un souflè e fu a tale proposito che lei ridendo fino dal più profondo dei suoi occhi gli disse "purché non si sgonfi altrettanto rapidamente" e lui con una voce profonda, che non poteva fingere, le sussurrò "non lo permetteremo" , quella voce da baritono che l'accendeva e la faceva smarrire.
Prepararono in furia le carte, attesero i quindici giorni d'obbligo dopo le pubblicazione,  li rose l'attesa che sembra non avere fine, il desiderio reciproco li annichiliva. Sarai la sposa più bella e desiderata gli disse lui l'antivigilia della cerimonia, erano entrambi decisi a rispettare la convenzione che gli sposi non devono vedersi il giorno prima delle nozze. 
Quando finalmente sulle note della marcia nuziale, che avevano richiesto espressamente, lei varcò la soglia della sala consiliare, l'abito bianco stile impero, i lunghi capelli castani raccolti in una crocchia chiusa da minuscole roselline e lo vide socchiudere gli occhi di ammirata approvazione , percepì  che lo desiderava così tanto da non poter tollerare l'attesa che ormai la stava consumando. Nonostante la brevità della cerimonia e il veloce rinfresco non riuscirono ad attendere il momento dei saluti ai pochi convenuti, li lasciarono e scapparono alla piccola lussuosa locanda di campagna che avevano scelto per la prima notte di nozze. Chiusa la porta della stanza dietro di loro lei dimostrò a lui tutta l'impacciata urgenza del suo desiderio. Ancora una volta fu lui a dettare tempi e modi. Con la sua voce profonda le disse all'orecchio di lasciarlo fare le sciolse e spazzolò i capelli, poi lentamente le baciò il collo e la spogliò con la stessa lentezza, si fece spogliare da lei e poi finalmente permise ai loro desideri di studiarsi, misurarsi, dissetarsi, saziarsi. Lei si sentì una donna nuova, lui si sentì un uomo nuovo. Annullarono il mondo, non partirono neppure per il viaggio di nozze l'indomani, si sfinirono, risero l'uno leggendo l'appagamento negli occhi dell'altro e poi rincominciarono perché la loro sazietà durava poco. A volte erano battaglie, a volte era il desiderio di perdersi nell'altro. I corpi iniziarono a dolere, sfiniti, come quelli di due pugili di un match che non sa finire, ma poco dopo tornavano a  cercarsi. Giunse la fine della settimana di straniamento dal mondo che si erano concessi e dovettero tornare a casa. La prima sera lui rientrò poco più tardi di lei e la trovò in lacrime. Le chiese cosa fosse successo, disperata lei disse "ti amo così tanto, ma non potrà mai più essere così, prima o poi tutto questo si spegnerà". Lui le disse che se avessero continuato a sorprendersi potevano concedersi il lusso che durasse, la amò teneramente quella notte e lei si abbandonò al sonno rasserenata.
Il tempo della seduta era concluso, il suo responsabile decise che poiché la paziente aveva stabilito un buon transfert con lei, ci sarebbe stato un secondo colloquio e probabilmente una presa in carico, la ragazza tornando a casa a fine turno pensò che dunque non era stata abbandonata all'altare, chissà da cosa era nata la leggenda cittadina. Ripensò al racconto di tanta passione e fece fatica a prendere sonno quella notte.


1 continua

Commenti

  1. Ehm...non vorrai lasciarci in asso per molto, vero?

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    1. No tranquilla, era solo troppo lungo presto arriva il resto😉

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  2. Questo racconto a puntate è cominciato benissimo!

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  3. Attendiamo la seconda puntata, non fare la grulla, domani al massimo!

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  4. vado alla seconda puntata...

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  5. ehm, sono venuta a costituirmi: ho letto prima la seconda parte.
    svaporita come sono, non avevo letto il numerino indicatore.
    Col favore delle nebbie, questo accade di frequente;)

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  6. Molto bella questa prima puntata che ho letto in questo minuti, con trepidazione direi, e ora mi butto sulla seconda. Ottima questa sensazione d'attesa, questa atmosfera sospesa, onirica quasi ... scusa, ma non riesco a trattenere il mio "io" recensore :)

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