Giacomino e la scopa


Sonia Maria Luce Possentini




Una zazzera di ricci neri  lucidi e folti e un corpo piccolo e scolpito dal moto perpetuo di due gambe ossute ma forti il cui snodo centrale spuntava tra un paio di pantaloni che dall'anno precedente si erano fatti troppo corti e un paio di calzettoni in perenne lotta con la forza di gravità che sua madre, non convinta della ineluttabilità delle leggi della fisica e della deperibilità della materia elastica lo obbligava a tirare su decine di volte al giorno. Il lembo di mezza camicia che spuntava immancabilmente fuori dai pantaloni, Giacomino si fermava solo quando il suo sguardo veniva rapito da un oggetto: che fosse il fanale sinistro lucido e brillante di una nuova macchinina esposta nel bazar all'angolo, le venature di una biglia marmorizzata, unica interessante tra quelle vinte all'avversario durante le interminabili partite in cortile nei caldi pomeriggi estivi
poco importava; ora era la volta dei riflessi del nuovo scolapasta di acciaio che aveva sostituito il vecchio di alluminio nella cucina di casa, ora era attratto dai buchetti dei sandali estivi di sua cugina Marta che sembravano sorridergli. Giacomino nelle forme e nei colori ci si perdeva, poco importava la funzione, l'uso: l'oggetto lo attraeva come il canto di una sirena e lo ammirava come un intenditore si arresta
incantato davanti al quadro di un museo, uno di quei quadri visti nei libri e che improvvisamente ti trovi davanti e ti meravigli a scoprire che in fondo esistono davvero e che hanno dimensioni misurabili con un normale metro  e che possono essere contenuti in una cornice e che, a guardare con attenzione si distingue perfino, sotto il colore, la trama della juta sotto la mestica. Così nessuno degli adulti di casa più di tanto si stupì il giorno in cui la nonna se ne tornò a casa dal mercato con una nuova e robusta scopa di saggina e Giacomino lasciò gli amici e i giochi ed iniziò a studiarla estasiato. Nessuno capì cosa ci vide di preciso, fatto sta che fu amore a prima vista, ancora in quella casa si narra che per un lungo periodo la scopa fu la guardiana dei sogni di Giacomino, stazionava sull'attenti ai piedi del letto e guai a toccarla ; può darsi lo accompagnasse in volo su una stella la notte e lo riaccompagnasse nel suo letto al mattino, la nonna per mesi ripristinò la vecchia scopa e solo una nuova fascinazione per un altro oggetto riportò il feticcio alla sua essenza di ramazza.


Da un amarcord di Giacomo Lazzari




Commenti

  1. Mille feticci ci inondano la fantasia..sono l'impalcatura dei nostri sogni... ;)

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    1. Già purché solo di impalcatura si tratti 😊

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  2. L'essenziale, dirà qualcuno tra circa un secolo, è invisibile agli occhi. Orsù, Dama, lo scrivete anche voi a ogni piè sospinto, che un oggetto può avere un senso olistico.

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    1. I principini in livrea ben conprendono l'olismo dei quattrenni. Dopo il cinquantesimo genetliaco meglio si attaglia un sentore di madeleine

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Ci sarebbe da rivalutarla, la caparbietà innocente di chi vede una cosa in un'altra. Se è una capacità, allora andrebbe incentivata.

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  4. A me capita di osservare attentamente qualcosa, a volte anche qualcuno ma in questo caso tento di non farmi accorgere.

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  5. Col teatro posso, ogni volta che i bambini me lo permettono, rituffarmi in quel mondo fantastico in cui niente è come sembra eppure è tutto vero.

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